Trivellazioni entro le 12 miglia, torna l'incubo: un bel regalo alle lobby delle fossili (INTERVISTA)

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Trivelle entro le 12 miglia dalla costa. Vietate dal Ministero dello Sviluppo Economico, all’inizio di aprile sembrano tornare legali, con un articolo che potrebbe concedere alle compagnie petrolifere già in possesso di autorizzazioni di cambiare il progetto di sviluppo, anche ricadendo nelle 12 miglia marine.

I risultati del referendum del 17 aprile 2016, che non ha raggiunto il quorum, sono stati dunque addirittura superati? Non solo quindi le compagnie petrolifere che hanno già delle autorizzazioni potranno avere i rinnovi dei permessi di ricerca già in corso entro le 12 miglia, ma potranno anche variare in corso il programma e ricaderci anche se prima non era previsto?

Il decreto, comunque, non parla di nuove concessioni, per le quali il divieto resta. Ed è su questo che il MiSE si difende dagli attacchi di tutti coloro che vedono in questa decisione un bel regalo alle lobby delle fossili, sostenendo che quanto riportato dagli organi di stampa non era né nelle intenzioni né nella pratica del famigerato articolo.

“Nel decreto si regolamentano solamente le attività già consentite dalla legge all’interno di queste areesi legge nel comunicato ufficiale del MiSE - e cioè le attività  funzionali a garantire l’esercizio e il recupero delle riserve di idrocarburi accertate per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e salvaguardia ambientale.  Sono quindi escluse altre attività, quali in particolare quelle di sviluppo e coltivazione di eventuali nuovi giacimenti”.

Il dibattito è proseguito in queste ultime settimane, anche in considerazione dell’audizione in Senato sulle proposte per la nuova Strategia Energetica Nazionale, che, stando alle parole del Ministro Calenda, mira ad uscire almeno dal carbone

NORMATIVA ELUSA

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Solo un “equivoco” dunque? L’abbiamo chiesto ad Andrea Boraschi, Responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia.

“Per quanto abbiamo letto noi, la normativa è elusa - ci dice molto fermamente – perché si concede di svolgere nell’ambito dei titoli già rilasciati modifiche dei lavori nel programma originariamente rilasciato, il che implica si possano introdurre delle deroghe e quindi, eventualmente, ampliare le attività estrattive.

“Se l’intenzione era quella che ha sostenuto chi ha scritto questa norma, tale norma è scritta veramente male. L’interpretazione che diamo noi purtroppo è un’altra, quella di concedere a chi ha già delle autorizzazioni di aprire nuovi pozzi.

ALTRE TRIVELLE NEI NOSTRI MARI

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“La maggior parte delle attività estrattive entro le 12 miglia è fatta di impianti che producono pochissimo – ci spiega ancora Boraschi – In realtà sono degli impianti che dal nostro punto di vista andrebbero smantellati, perché in termini energetici non hanno praticamente alcuna funzione ma in termini ambientali rappresentano una minaccia.

Purtroppo valutare la portata di questa norma sembra molto difficile da fare ora. “Non sappiamo quante compagnie potrebbero essere spinte ora ad aprire nuovi pozzi”. Il MiSE sostiene che nuovi pozzi non potranno di fatto essere aperti ma la norma, scritta così, potrebbe come minimo far aprire dei contenziosi. “Siamo su un terreno molto scivoloso - sostiene Boraschi – L’orientamento politico ci sembra chiaro: è a favore delle compagnie petrolifere. […] Bisognerebbe essere almeno rigorosi e chiari quando si scrivono le norme”.  

UN TESTO SCRITTO MALE

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Un testo che ha già scatenato una dura opposizione e che continua a lasciare molto perplessi. Il 27 ottobre l’Italia ha perfezionato l’iter di ratifica dell’Accordo di Parigi. Il disegno di legge approvato dalle Camere prevede il versamento del contributo italiano al Green Climate Fund, pari a 150 milioni di euro per il triennio 2016-2018.

Il nostro Paese firma dunque promesse per il clima e recentemente ha dichiarato la volontà di uscire definitivamente dal carbone entro il 2025-2030. Prendere decisioni contrarie dopo così poco tempo sembrerebbe veramente grottesco.

“La norma, comunque, scritta così, è scritta molto male afferma duramente Boraschi.

GOVERNO IN CONTRADDIZIONE?

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“Noi in realtà non abbiamo letto così positivamente le proposte del Ministro Calenda – precisa Boraschi – La SEN non è ancora pubblicata, è presto per tirare le somme. Da un lato prevede comunque una cosa importante: finalmente in questo Paese si è deciso di stabilire una data ultima per il carbone.  Ma non mancano le incertezze, visto che si inizia a stimare quanto questo costerebbe al Paese, ma soprattutto, osserva Boraschi, fissare l’uscita al 2025 o il 2030 non è la stessa cosa.

“Per il resto invece siamo piuttosto critici perché non ci sembra di vedere sul tema delle rinnovabili nulla che non sia una mera ottemperanza ai piani europei in termini di sviluppo di queste fonti. Ci sono poi delle contraddizioni evidenti quando si parla di autoconsumo delle rinnovabili, perché si dice di volerlo incentivare, ma di fatto si sta bloccando tutto o con la burocrazia o direttamente con impedimenti normativi”.

Inoltre ci potrebbero essere “sconti” alle grandi aziende energivore. “Lo contestiamo fortemente, perché è un disincentivo all’efficienza”. Ma soprattutto si ravvede fiducia nel gas, “che è una fonte utile nella transizione energetica, l’ultima che nel percorso di decarbonizzazione dobbiamo abbandonare – spiega Boraschi - Tuttavia la strategia di mettere in atto grandi investimenti su questo asset è sbagliata perché non risponde ai bisogni energetici del Paese”.

E se si pensa che le trivelle oggetto del referendum del 17 aprile 2016 estraggono per lo più gas, il quadro appare meno contraddittorio del previsto, in realtà.

Per saperne di più sulle trivelle attualmente attive nei nostri mari leggi anche:

“Le risorse che abbiamo devono essere convogliate in rinnovabili ed efficienza energetica, come stanno facendo economie più lungimiranti della nostra” conclude Boraschi.

Roberta De Carolis